Quando si è in malafede

Qualche tempo fa ho dovuto affrontare due ultras che difendevano a spada tratta quella truffa che è l’editoria a pagamento, una che diceva che in fondo pagare per pubblicare non è sbagliato come non è sbagliato usare il proprio corpo per fare carriera (la signora in questione fa parte, badate bene, di un’associazione femminista!) e l’altra un’informatica, parte di un terzetto che ha rovinato le mie lezioni di scrittura creativa (che riprenderò in altra sede) che ha confermato come chi si occupa di pc non capisca un piffero della vita oltre ad essere arido e alienato.
Le motivazioni di queste due simpatiche personcine erano totalmente in malafede e partivano dal presupposto che pubblicare le proprie cavolate sia un diritto assoluto per cui è giusto pagare e che l’editoria seria sia in mano a raccomandati, che pagano per farsi recensire i libri dai giornalisti (ohinò, ricevo una media di 15 libri al mese da recensire e non ho mai visto un soldo!). Inoltre si attaccavano anche alla cosa strappalacrime che se hai solo quella possibilità di pubblicare, pagando, devi farlo.
Ecco, non funziona proprio così, e devo dire che il mondo della scrittura è ammorbato da tutti questi geni incompresi che si ritengono vittime dei raccomandati quando invece semplicemente non sono capaci di scrivere cose decenti.
Riconoscere che le menate che hai scritto sono da far leggere al massimo ai genitori e a qualche altro malcapitato è troppo per queste personcine, che ritengono giusto destinare tremila euro (non voglio pensare quante persone potrebbe curare Gino Strada con quei soldi, o quanti cani e gatti randagi sarebbero aiutati) per avere la casa piena di libri (brutti! I libri pubblicati a pagamento sono orrendi!) di case editrici sconosciute o note truffatrici (un nome a caso? Ma loro, Il Filo Albatross!), da propinare ai malcapitati di turno, così come fa la Folletto con i suoi aspirapolvere. Non è un caso che uno degli autori a pagamento che ho la disgrazia di conoscere (genio incompreso che ritiene che fai cose interessanti nella vita solo se ti svendi o sei raccomandato, meno lo vedo meglio sto) è amico di una fallita che passa la vita a fregare pensionati e casalinghe con il Folletto.
Pubblicare un libro non è un diritto assoluto, solo chi è capace a scrivere e ha talento ha il diritto di farlo. Gli altri si trovino un altro hobby, invece che accusare il mondo di essere in mano ai raccomandati per giustificare il loro fallimento. I raccomandati ci sono e ci saranno sempre, in tutti i settori, ma esistono anche persone che facendosi tombini quadri per anni e anni riescono ad arrivare a dei risultati interessanti. Certo, ci va costanza, bisogna mettersi in discussione, per esempio accettando l’editing. C’è gente che sostiene di aver scritto il nuovo capolavoro della letteratura mondiale e che mai o poi mai vuole che sia toccato. E invece va toccato, rielaborato, discusso.
Vorrei comunque ricordare a questi genietti che non è necessario foraggiare il gruppo Albatross: esistono i siti di self publishing, come Lulu o Ilmiolibro o Boopen, che ti permette di mettere in vendita i tuoi scritti a prezzi modichi e con il print on demand. Perché non sfruttarli allora? Sono comunque meglio dell’editoria a pagamento, e sono fatti per soddisfare le brame di scrittori esordienti più o meno capaci.
Ho usato Lulu per pubblicare due libri che avevo messo precedentemente on line, e per Il libro nero delle agenzie per il lavoro, con il quale non ho voluto inguaiare nessun editore e che non volevo rendere più soft di quello che è.
Due parole ancora per la pasionaria dell’editoria a pagamento e per le sue due amiche (due informatiche e una casalinga frustrata che per anni ha fatto ogni tipo di lavoro, compreso tirare il collo alle galline, già solo per quello mi è stata sullo stomaco!), che ho individuato dopo cinque minuti d’orologio durante la prima lezione come tre piantagrane: hanno ammorbato le lezioni con assurde pretese di lezioni di teoria della scrittura  e vorrei sapere cosa intendevano, di grazia?  Ho parlato di come passare dall’idea di partenza alla stesura, della differenza tra scrivere a braccio e scrivere con una scaletta, di protagonisti e antagonisti, delle regole e delle varianti sui generi letterari, della differenza tra l’usare la prima e la terza persona, della differenza tra tempo presente e passato, dando dei compiti facoltativi da fare che per di più non facevano e dando consigli di letture da fare per capire come impostare una storia, ma si vede che non era abbastanza.
Il brutto è che hanno plagiato con le loro esigenze altre persone che non mi sarei aspettata e che hanno lasciato il corso per mettere su un laboratorio autogestito che ho vivamente sconsigliato di fare dove c’era il corso, perché sarebbe stato davvero scorretto. Vabbé, ricomincio da zero, con un altro metodo (scaletta e non più lezioni amichevoli, quello è il programma e basta!) e come si dice certa gente è meglio perderla che trovarla, soprattutto se difende l’editoria a pagamento.

 

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