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Uno dei migliori incontri che ho fatto in questi ultimi anni è stato con il Club di cultura classica, che mi ha permesso di realizzare il mio vecchio sogno di studiare finalmente il greco (mannaggia a chi non mi ha lasciato fare il classico!) e che mi ha dato l’onore, nell’aprile scorso, di tenere una conferenza su mondo classico e cultura pop contemporanea.
Ho parlato di romanzi, fumetti, film e telefilm ambientati nell’antichità classica, raccontando come quelle ambientazioni siano ancora attualissime, anche se magari un po’ eccessive e poco rigorose sul piano storico. E soprattutto di come, grazie a questi romanzi, fumetti, film e telefilm, tanta gente continua ad appassionarsi al mondo classico e a vederlo come un qualcosa di vivo e attuale.

Ho rivisto Chi ha incastrato Roger Rabbit più che altro come omaggio al povero Bob Hoskins, che come tutti i migliori se ne è andato troppo presto, e devo dire che mi sono gustata di nuovo questo noir a metà strada tra il live action e l’animazione, in cui ci sono tanti amici animati ben noti, oltre ai due protagonisti, il coniglio pasticcione Roger e la bella Jessica.
Bob Hoskins era un grande e mi piace ricordarlo con questa immagine di Roger, pensando che forse c’è un posto dove adesso sta scherzando davvero con il suo amico coniglio!

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Sarà l’età, ma sento sempre più spesso il bisogno di vedere film che mi facciano pensare e che non siano mera evasione.
Due film diversi sull’11 settembre, che ho visto alcuni mesi fa in occasione di questa triste ricorrenza, entrambi comunque interessanti ma che presentano due letture diverse: United 93 di Paul Greengrass racconta la storia degli eroi tragici per caso che finirono sul volo che riuscirono a dirottare a costo delle loro vite, ed è un esercizio di stile, mentre 11 settembre 2001 è un film diretto da vari registi, come Amos Gitai, Claude Lelouch, Sean Penn, Ken Loach, Mira Nair, che racconta di vari 11 settembre nel mondo. Interessante e appassionante il primo, semplicemente toccante il secondo.
Non solo nostalgico Diari della motocicletta di Walter Salles, storia degli anni giovanili di un mito come Che Guevara, un film on the road ma non solo, di valori e di ideali da inseguire, costi quel che costi.
Mi ha delusa invece la trasposizione filmica di On the road di Jack Kerouac diretta sempre da Walter Salles, e non solo perché c’è l’inespressiva Kristen Stewart, in fondo sarebbe bilanciata da Kirsten Dunst e Alice Braga, ma perché l’ho trovato francamente noioso e non certo coinvolgente come il romanzo.
Realistico e agghiacciante Elephant di Gus Van Sant, sul dramma mai risolto dei massacri scolastici, purtroppo sempre di tragica attualità, in un Paese come gli Stati Uniti che non vuole mettere un freno alla proliferazione delle armi, causa lobby dei fabbricanti di armi. Per lo stesso motivo in Italia non si riesce a mettere al bando la caccia.
Altra questione scottante è quella alla base de L’altra verità, forse non il film più riuscito di Ken Loach, ma un film che parla dei trafficanti tra Iran e Afghanistan, terre di nessuno per colpa della guerra. Da vedere, con un finale che agghiaccia.
Un po’ vecchiotto ma efficace è invece Z l’orgia del potere, di Costa Gavras, ricostruzione del colpo di Stato in Grecia e metafora di tutti gli attentati alla democrazia che ci sono stati nel Novecento. Si distingue tra gli interpreti il grande Yves Montand, cantante eccelso ma anche ottimo attore.
Come far diventare un film che potrebbe essere banalmente catastrofista un gran film d’autore: è quello che fa Steven Soderbergh con Contagion, che racconta con realismo e affidandosi a grandi attori, tra cui spiccano le due grandi Kate Winslet e Marion Cotillard, come si può spandere un’epidemia nel mondo al giorno d’oggi, in maniera molto più facile e devastante della peste all’epoca di Boccaccio.
Il cinema d’autore non è detto che sia comunque pizzoso o su argomenti pesanti: il film di Woody Allen sono sempre piuttosto spumeggianti, stranamente non avevo visto Scoop e l’ho trovato davvero divertente, oltre a valorizzare al massimo il talento anche comico di Scarlett Johansson.

Continua ad occhieggiare da poster, magneti, portapenne, libri, ma sono ormai passati cinquant’anni da quando Marilyn Monroe se ne è andata, forse suicida, forse per disgrazia, forse perché l’hanno ammazzata.
Sex symbol con cervello, tormentata e svampita, in cerca d’amore ma capace di esaltare le donne a salvarsi da sole senza aspettare il Principe azzurro ben prima del femminismo, Marilyn è diventata un simbolo di tragedia ma non solo.
Carino il film a lei dedicato, su un episodio della lavorazione del Principe e la ballerina, Michelle Williams è bravissima, chissà cosa sarebbe stato di lei se fosse sopravvissuta, se avrebbe vinto un Oscar, o sarebbe diventata un’animalista come la Bardot o una femminista sfegatata come la Fonda, o una star della tv come la Lansbury. Chissà. Lei pensava che morire giovani fosse un destino ma che solo invecchiando si può vivere a pieno la propria vita.

Strano a dirsi ma non avevo ancora visto questo film di Gabriele Salvatores dei primi anni Novanta, vincitore anche di un Oscar come migliore film straniero. Un gruppo di soldati italiani si perdono su un’isola greca, durante la Seconda guerra mondiale, scoprenddo, senza buonismi, il bello di vivere lontani dalla violenza. Ma la realtà li reclamerà, con un finale anni e anni dopo che fa riflettere sul baratro dell’ultimo ventennio. Da vedere, struggente.

Per ricordare Liz Taylor, che se ne è andata dopo una vita eccessiva in tutto ma da gran diva e attrice, ho guardato questo film, uno dei suoi primi, ricostruzione di un tragico fatto di cronaca nera statunitense, quella di un giovane arrivista che uccide la sua amante incinta perché è un ostacolo alle sue ambizioni e finisce poi sulla sedia elettrica.
Qui Montgomery Clift, grande amico di Liz come molti altri omosessuali, è decisamente più soft rispetto al personaggio originale, Elizabeth Taylor è decisamente decorativa e poco incisiva, brava Shelley Winters, amante tradita che non viene fisicamente uccisa dal colpevole, ragazzo cresciuto in mezzo ad una famiglia povera e bigotta, in cerca di una sua realizzazione. Un bel filmone d’altri tempi, una tragedia moderna.

Uno dei tanti ritratti indimenticabili di Mario Monicelli, che si misura questa volta con una delle guerre più sanguinose del nostro passato recente, ma anche con il primo momento in cui gli italiani si sentirono parte di un’unica nazione, come succede ai due eroi per caso di questo film, il romano Alberto Sordi e il milanese Vittorio Gassman, che per tutto il film non sono particolarmente memorabili, ma che nel finale raggiungono una loro dimensione tragica. Da vedere, con un groppo in gola che non ti lascia dopo per un bel po’.

Storia di una ragazzotta di Parma che passa tra varie delusioni d’amore, in cerca di una libertà obiettivamente in anticipo sui suoi tempi, e finisce a fare il più vecchio mestiere del mondo. Catherine Spaak è splendida, la vicenda amara e ricorda come le fanciullotte che preferiscono la strada del bunga bunga sono sempre esistite. Nulla da dire, ma deve essere ribadito che ci sono altre strade, e che queste strade non sono necessariamente la vita della casalinga borghese, ma possono essere studiare, lavorare, essere libere ma non leggere come diceva la grande Simone de Beauvoir. Del resto la Dora di questo film se la cava e caverà con la vita che si è scelta, ma la felicità, beh quella è un’altra cosa.

Ho voluto vedere questo classico del cinema all’italiana, ambientato in un’Italia tanto lontana ma tanto vicina, quella dei primi anni Sessanta, in un Sud in cui c’erano ancora tradizioni ancestrali legate alla verginità femminile, di cui rimane vittima la povera Agnese, deliziosamente interpretata da Stefania Sandrelli. Un documento d’epoca, e occhio che la condizione femminile non mi sembra poi tanto meglio, e non per colpa degli immigrati: dopo la stagione femminista degli anni Settanta c’è stato un riflusso, oggi ci si aspetta che noi donne ci continuiamo a sacrificare per gli uomini, facendo loro da serve in tutto e per tutto, e veniamo tacciate di essere bisbetiche ed egoiste se ci ribelliamo ai cosiddetti ruoli tradizionali. Senza contare poi le storie del bunga bunga e il fatto che l’Italia ha il triste primato delle donne inattive.