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Emilio Salgari | Crescere Nerd.

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Standing ovation. Condivido tutto quello che c’è scritto in questa lettera.

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Tutti conoscono le avventure di corsari e pirati di Emilio Salgari, ma il maestro italiano del romanzo d’avventura ha inventato tanti altri personaggi, come quelli di questi due, riusciti presso Garzanti, che meritano una lettura e rilettura.
Tra l’assedio di Famagosta e la battaglia di Lepanto, scontro tra cristiani e musulmani nel Cinquecento, si intrecciano le figure di Capitan Tempesta, l’indomita Eleonora, antesignana di tutte le ragazze guerriere, da Lady Oscar a Buffy, e del Leone di Damasco, leale guerriero turco. Divertimento assicurato tra avventure, duelli, scontri, mare.

Sono passati 101 anni dalla morte di Emilio Salgari, 150 dalla sua nascita, ma noto che comunque l’interesse per lui c’è sempre.
Alla mostra sulla protofantascienza italiana del Mufant trovano spazio i suoi libri in tema scritti in alternanza a quelli dei corsari e dei pirati; l’amico e studioso salgariano Felice Pozzo, che ho rivisto volentieri al Salone del libro, ha scritto su di lui  Il laboratorio magico di Emilio Salgari – Avventure, fantasmi, magie, per Nerosubianco edizioni, dove racconta l’interesse dell’autore per la magia e l’illusionismo.
Se ne è andato l’autore spagnolo Carlos Fuentes, che molti autori latino americani, da Isabel Allende in poi, aveva amato i libri di Emilio Salgari, e che aveva ricordato così il nostro Emilio:
Verso il 1965 un giovane giornalista nordamericano mi avvicinò a Parigi per raccontarmi che pensava di intervistare Jean Paul Sartre.
«Da che parte comincio?», mi chiese. Siccome Sartre allora aveva appena dato alle stampe la prima prova, breve e bella, delle sue memorie, Les mots, gli suggerii d’interrogarlo sui libri della sua infanzia, dato che Sartre parlava di sé come di un lettore estremamente precoce. A tre o quattro anni il futuro scrittore era già il presente lettore. Che cosa leggeva? Il mio amico  nordamericano tornò indietro dalla sua intervista con Sartre avvilito e  sconcertato. «Non conosco un solo autore di quelli di cui mi ha parlato Sartre. Salgari, Paul Féval, Erckmann-Chatrian, chi sono?». Lo sconcerto del mio amico, sorrisi, era in sintonia con le mie personali esperienze di bambino lettore. Sono stato educato in due città e in due lingue.
Da  settembre a maggio frequentavo la scuola pubblica nordamericana a Washington, D.C., dove mio padre era consigliere giuridico dell’ ambasciata del Messico. E da maggio a settembre andavo in Messico per studiare nella scuola privata che garantiva l’ esecuzione dell’ ordine di mia madre: «Non voglio un figlio sbiadito e mezzo gringo. Voglio che parli perfettamente lo spagnolo». Questo fece di me un bambino senza vacanze. I calendari scolastici del Messico e degli Stati Uniti erano diversi (e anche quelli storici). In Messico le vacanze andavano da dicembre a febbraio. A Washington, da maggio a settembre. Però grazie a questa scolarità ininterrotta ho avuto l’ enorme fortuna di leggere la letteratura infantile di entrambi i mondi. Quello anglosassone a Washington, quello latino in Messico. Tra i due c’ era un abisso. In Messico leggevo quella che propriamente potrebbe chiamarsi una letteratura della latinità, dato che comprendeva le letture infantili del Mediterraneo romano (Italia, Francia e Spagna) e del continente iberoamericano, dal Messico all’ Argentina e al Cile. Fra gli autori esclusivi di quest’ area c’ era, naturalmente, Emilio Salgari, innanzitutto. Mio padre mi mise in mano alcune vecchie edizioni illustrate della casa editrice spagnola Espasa-Calpe. Erano libri tascabili con le copertine dure, logorati dall’ uso di tre generazioni, dato che era stato mio nonno a regalare quei piccoli tomi a mio padre. Il corsaro Nero, Jolanda la figlia del Corsaro Nero, Sandokan, I pirati della Malesia: nessuna lettura riusciva a eccitare di più l’ immaginazione infantile e trasportarla negli ambienti più esotici, rivelando nello stesso tempo le passioni proprie dell’ infanzia: amicizia e onore, ma anche vendetta. L’altro classico delle nostre prime letture era Cuore di Edmondo De Amicis. Il suo sentimentalismo, negli anni iniziali della Seconda guerra mondiale, era una specie di completamento delle scene strazianti che ci mostravano i notiziari: un bambino nudo che piangeva tra le macerie del bombardamento di Nanchino, i bambini inglesi spediti in campagna e separati dai loro genitori per salvarsi dai blitz dei nazisti, alla fine l’ immagine di un bambino con le braccia in alto condotto a punta di baionetta fuori dal ghetto di Varsavia… So che Cuore non resiste a una seconda lettura. Ma quella lettura, fra il 1935 e il 1945, ci sensibilizzava emozionalmente. Ci permetteva di piangere senza pudore. Eravamo tutti il piccolo scrivano fiorentino. A Washington nessuno sapeva niente né di Salgari né di De  Amicis. Ma in Messico nessuno conosceva Nancy Drew, la bambina detective, né gli avventurieri Dixon Boys, così popolari in Nordamerica da avere perfino una propria rivista. E se il mondo latino aveva il suo scrivano fiorentino, gli Stati Uniti avevano quella suprema figura dell’ ottimismo infantile, Polyanna la bambina felice, incaricata di strappare luce e sorrisi beati a quanto toccava: la piccola reginetta Mida dell’ happy ending.
C’ erano molte  altre differenze tra le due culture. Ma oggi, nel mio ricordo, sono più evidenti le somiglianze. Nel Nord e nel Sud, forse erano più gli autori che condividevamo di quelli che ci separavano. Ovviamente, al livello più immediato, Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen.
La sensibilità infantile, così ecumenica, sapeva distinguere la luce dalle
ombre nelle fiabe. I fratelli Grimm erano cupi come la Foresta Nera ma
chiari come la loro volontà di esaltare la particolarità nazionalista
tedesca, la leggenda crudele. Cosa che un bambino non poteva vedere, ma che forse ci preparava alle crudeltà di cui la nostra infanzia sarebbe stata testimone. Anche Andersen, delizia dell’ immaginazione, seminava in noi un germe politico: il re è nudo e non lo sa. Ma, va da sé, Charles Perrault era la fonte primaria delle nostre letture magiche anche se – annuncio implacabile del futuro – ben presto smettemmo di leggerlo per vederlo nei cartoni animati di Walt Disney. Biancaneve, Cenerentola, la Bella Addormentata ci furono sequestrate da Disney e furono trasformate in bambole senza sesso, senza fattezze, meri ritagli di carta… E qui stava la
differenza con i libri. La lettura ci permetteva di immaginare. Il cinema ce
lo vietava: Cenerentola era quella Barbie a una dimensione e nient’ altro.
Tuttavia, a volte il cinema poteva darci più della letteratura. Il mago di
Oz di Frank Baum non è un gran libro. Il mago di Oz con Judy Garland è un
grande film. Il saccheggio della letteratura infantile da parte del cinema
servì, inoltre, a rimettere le cose al loro giusto posto. Tornati alla
lettura, capimmo che Robinson Crusoe non era un romanzo per bambini. Era una narrativa dura sulla solitudine estrema e sull’ estrema fraternità. La sua popolarità come favola per l’ infanzia mi aiutò, a ogni modo, a giudicare con più benevolenza e più larghezza ciò che leggevo. O, meglio, quello che leggevamo, dando un valore universale alla lettura infantile tanto in Messico quanto negli Stati Uniti, in Inghilterra come in Italia… La
singolarità era divertente. Salgari qui, Sabatini là. Non c’ è letteratura
infantile senza pirati. Tom Sawyer era un libro per bambini, Piccole donne
per bambine. Non c’ è letteratura infantile senza esteriorità maschile o
interiorità femminile. Ma più che la singolarità, ciò che finiva per imporsi
era l’ universalità. I libri e gli autori condivisi da tutte le nazioni, da
tutte le culture, Le mille e una notte, Alexandre Dumas e Jules Verne, Mark  Twain e Robert Louis Stevenson. Questi abbattevano le barriere fra bambini e bambine, fra cultura latina e cultura anglosassone. Leggerli era ed è un paradosso. Il bambino prefigura in essi la sua età adulta. L’ adulto vi scopre il suo bambino interiore. Ci è stato ripetuto molte volte che l’ era delle tecnologie visive finirà per abolire la lettura. Non si ripeterà mai
più lo stravagante fenomeno «Karl May», lo scrittore popolare tedesco che scrisse solo di posti che non aveva mai visto. May, che visse fra il 1842 e il 1912, arrivò a vendere, solo in Germania, otto milioni di copie dei suoi libri. J.K. Rowling, in un solo giorno, ha venduto un milione e mezzo di copie dell’ ultimo Harry Potter. Avranno allora ragione quelli che dicono che noi adulti siamo bambini obsoleti? Consoliamoci: ci resterà sempre Alice.
Il fumettista Paolo Bacilieri ha dedicato al Maestro il fumetto Sweet Salgari, il suo sito ufficiale è sotto http://sweetsalgari.blogspot.it/
Riccardo Ruggieri ha ricordato con queste parole l’autore:
“Salgari si suicidò per motivi economici come una partita Iva dei giorni nostri” di Riccardo Ruggeri – Apparso su “Italia Oggi” del 25/04/2012
Da sempre ritaglio articoli di giornali, così feci nel ’75 di uno scritto di Carlo Casalegno su Emilio Salgari. Arpino lo presentò come un torinese esemplare, uno che “non esitava ad affrontare di petto il mondo, non si sognava di inventarsi i “pentiti”, non veniva a patti con chicchessia”.
Rappresentò il mito della mia adolescenza, mi fece capire, ragazzo, cos’era il colonialismo, tutti i suoi addentellati, fino ad oggi. Per uno storico, un economista, un politico, un professore, sarebbe facile smontare il pensiero di Emilio Salgari, un uomo controcorrente, anticolonialista, di limitato spessore culturale, ma netto nelle sue scelte. Nei vari romanzi si schiera con Cartagine contro Roma, con i pirati caraibici contro gli spagnoli, con i russi contro lo zar, con gli indocinesi contro i francesi, con malesi-filippini-indiani contro gli inglesi, è con i vessati indiani nord americani, con i nomadi ribelli nord africani. Lo stesso vale per il colore della pelle, il malese Sandokan e il portoghese Yanez si sentono fratelli. Noi pensiamo che chiamare neri i negri risolva tutto, Salgari li chiama negri ma li rispetta, respinge con ferocia l’antisemitismo (nei “predoni del Sahara”, il marchese di Sartena affronta rischi tremendi per difendere la bella ebrea Ester e il suo infelice padre). Ieri, Emilio Salgari sarebbe stato contro fascismo, comunismo, nazismo, oggi contro l’establishment occidentale, contro i banchieri, le multinazionali farmaceutiche, i supermanager, contro la jihad islamica, hamas, i talebani, i kamenei-castro, i lula-battisti, non avrebbe mai sfilato a senso unico.
Era il 25 aprile (1911) quando Emilio Salgari, per l’ultima volta fu “contro”, si suicidò per motivi economici, come una partita IVA d’oggi: nulla di nuovo in riva al Po.